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Uto Ughi, concerto aquileiese coi Solisti veneti

Il celebre violinista: «In Italia hanno lasciato morire la musica», «I giovani? Devono emigrare»

di Elisa Michellut

Uto Ughi, concerto aquileiese coi Solisti veneti

AQUILEIA. «Un’Italia in crisi di valori, che dimentica la propria bellezza. La musica, la cultura, i problemi legati all’immigrazione vanno gestiti diversamente. C’è bisogno di una svolta». Non le manda a dire il celebre violinista Uto Ughi, che oggi, alle 21, assieme ai Solisti Veneti, si esibirà nella Basilica di Aquileia. Un concerto unico (ad invito), promosso dalla Fondazione Aquileia e dal Gruppo Triveneto dei Cavalieri del Lavoro, che porterà nella città romana il gotha dell’imprenditoria del Nord Est.

– Come vede il futuro del nostro Paese?

«Stiamo vivendo una decadenza. Anche se il premier Renzi annuncia il suo trionfo la situazione è preoccupante. L’Italia è in crisi e sarà molto difficile che si riprenda ».

– Anche la musica è in crisi? «L’hanno lasciata morire. Nelle scuole non si fa quasi nulla. I teatri e le orchestre stanno chiudendo. I conservatori sono oasi di cultura musicale. In Italia abbiamo avuto i più grandi geni della musica, assieme alla Germania, e adesso siamo il fanalino di coda dell’Europa. I Paesi emergenti, la Cina o il Giappone per esempio, hanno avuto uno sviluppo musicale enorme. In Italia non si costruisce un Auditorium da cinquant’anni e se viene realizzato si sbaglia l’acustica. Spesso i teatri sono gestiti da dilettanti, espressione delle lobby politiche, vengono fatti restaurare da gente che di acustica non ne capisce nulla. Tutto questo dovrebbe essere regolamentato da un Ministero della cultura che sappia il fatto suo. C’erano quattro orchestre della Rai: Torino, Milano, Napoli e Roma. Ora ne abbiamo una sola per sessanta milioni di abitanti».

– Che cosa ci vorrebbe per fare un salto di qualità?

«Una coscienza collettiva, un impegno anche da parte dei musicisti, che dovrebbero organizzare manifestazioni gratuite per i giovani. Io ho cercato di farlo, a Roma, per dieci anni. Per un po’ ha funzionato, poi non hanno più dato un soldo. Mi fa piacere perché ad Aquileia duecentocinquanta giovani avranno l’opportunità di assistere gratuitamente alla serata. La musica ha una forza spirituale straordinaria. Potrebbe aiutare il mondo ad essere meno violento, meno rapace e materialista. Ci sono musicisti come Daniel Barenboim che, in nome della musica, sono riusciti ad inserire palestinesi ed ebrei nella stessa orchestra».

– Anche l’arte sta attraversando un momento difficile. Che fare?

«L’Isis sta distruggendo Palmira, una perla in mezzo al deserto. E’ uno dei più grandi crimini contro l’umanità. Se l’Occidente non fa qualcosa per fermare questi delinquenti è ugualmente colpevole. Bisogna intervenire, è un dovere morale».

– Maestro, torniamo a parlare dei temi di stretta attualità. Come viene gestita l’accoglienza?

«L’Europa finalmente si sta svegliando. La Germania è pronta ad accogliere ottocento mila profughi e questo deve essere un esempio. Certo è che con la disoccupazione spaventosa che abbiamo, con quattro milioni di persone senza lavoro, accogliere gente nuova è un problema. Capisco sia quelli che si battono per l’accoglienza, sia quelli che hanno paura, anche a causa degli episodi di violenza che si verificano in Italia. Caratterialmente sarei per l’accoglienza ma misurata e controllata».

– Cosa consigliare a un giovane che vuole avvicinarsi alla musica classica?

«Tanti giovani si trasferiscono altrove, qui manca lavoro. Bisogna darsi una mossa. In Italia, la musica, nell’immaginario collettivo, è Vasco Rossi o Jovanotti, non Vivaldi, Verdi o Toscanini. È come se invece di leggere Dante o Petrarca

si leggesse Novella 2000. Ci vorrebbe un’opera di rieducazione nelle scuole. La televisione dovrebbe trasmettere opere musicali in orari accessibili. Dovrebbe esserci la volontà politica di creare una cultura. Finché non ci sarà andremo sempre peggio».

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

06 settembre 2015

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