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    Matthiae ad Aquileia «Che grande sogno ricostruire Palmira»

    Lo scopritore di Ebla sarà ospite della prima serata dell’ottavo Film Festival, che prende il via oggi

    di BENEDETTA MORO

    Palmira, la millenaria, monumentale città siriana gravemente danneggiata e in parte distrutta dall’Isis nel 2015, potrà mai risorgere? Secondo l’archeologo Paolo Matthiae, lo scopritore di Ebla, altro sito storico dell’area, è una chimera che può diventare realtà. Lo spiegherà oggi alle 21 al pubblico dell’Aquileia Film Festival, manifestazione ideata e organizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con “Archeologia Viva” e il Comune di Aquileia che inaugura la sua ottava edizione con l’intervento del celebre studioso romano e la proiezione di due documentari che si focalizzano sulla città siriana e sull’archeologo Khaled al-Asaad, ucciso dall’Isis.

    Professor Matthiae, è sogno o realtà poter ricostruire la Sposa del deserto, alias Palmira?

    «È un sogno, nel senso che tutti auspichiamo in maniera straordinaria che si possa restituire al popolo siriano la gemma come era e certamente è in parte ancora Palmira, ma è anche realtà nel senso che da un lato i restauri saranno di tipo tradizionale perché i danni sono gravissimi, ma le pietre non sono polverizzate, e dall’altro, con i sistemi moderni, anche questa seconda difficoltà di parti delle strutture antiche ridotte in polvere può essere superata con sistemi 3D e altri che continuamente migliorano. Ci vorrà comunque un grande impegno italiano e internazionale perché questo si realizzi».

    Quanto tempo serve per compiere questo lavoro?

    «È difficile da valutare. Le questioni politiche si inframmezzano a quelle culturali in maniera deplorevole in generale, ma in particolare nel Vicino Oriente antico. Ci sono dei problemi che vanno considerati attentamente, è urgente non perdere i dati della distruzione, cioè come sono crollate le murature, non si può aspettare. Per la ricostruzione ci vogliono progetti, studiosi, garanzie, è qualcosa di molto serio in cui è necessaria una larga collaborazione internazionale».

    Il sito avrà bisogno di ingenti finanziamenti…

    «Sì, ci vorranno alcune decine di milioni di euro, non miliardi. Alcuni finanziamenti sono già stati stanziati o riservati dall’Unione europea, dall’Unesco e da vari Paesi, che possono e vogliono impegnarsi, quindi non credo che questo sia il problema maggiore, ma è il superamento di problemi politici. Ricordo che l’Isis è stato sconfitto dopo tre anni, adesso sono state liberate Mosul e Raqqa, ma se lo si fosse voluto sarebbe stata davvero una questione di due mesi».

    Quali sono i monumenti più colpiti?

    «La perdita più grave a Palmira riguarda la distruzione di tutta la cella del tempio di Bel, monumento insigne dell’architettura romana d’Oriente, più o meno di tutto il I secolo d.C. È stato raso al suolo il tempio di Baalshamin, che era piccolo ma in perfetto stato di conservazione, l’arco monumentale delle Via colonnata, il Teatro di Palmira e c’è stata la perdita di quattro o cinque torri funerarie. È difficile dire cosa sia più importante, certamente rivedere il tempio di Bel è qualcosa su cui bisognerebbe certamente soffermarsi. Oltre alle cose già dette, gli altri pilastri fondamentali da calcolare sono l’intervento dell’Unesco quale garante e il rispetto del Paese. Questo potrebbe stupire, ma quando si dice “interveniamo noi”, dobbiamo ricordarci che la Siria non è più una colonia. Questi sono Paesi indipendenti e un po’ orgogliosi, ma in Occidente non ci si convince affatto.

    S’intitola “Tesori in cambio di armi” il documentario del regista Tristan Chytroschek: prende in considerazione il grande problema dei furti di ornamenti preziosi da parte dell’Isis. È capitato anche con Palmira, vero?

    «Si sono trovate cose che erano pronte per essere spedite fuori e vendute, quindi non c’è dubbio che ciò è vero e l’Isis ha alternato distruzioni totali al trafugamento di alcune opere per venderle. È comunque ridicolo pensare che questa sia stata la maggiore fonte di finanziamento dell’Isis, le fonti sono ben altre, anche se il commercio di antichità aiutava. Ma chi comprava questi oggetti? Ricconi occidentali o giapponesi e assimilabili. I saccheggi infernali non sono solo a Palmira, capita un po’ dappertutto in un paese come la Siria, che non ha più il controllo del territorio, e ci sono anche scavatori non dell’Isis che compiono queste azioni. Ma è difficile dire chi è stato.

    Ci sono già esempi di archeologia ferita, restaurati e restituiti a Palmira?

    «Con l’associazione Incontro di Civiltà (Matthiae è nel Comitato scientifico, ndr) avevamo chiesto alla Direzione delle antichità di Damasco, se fosse stata disponibile a darci due delle centinaia di sculture funerarie del II-III secolo d.C. di Palmira, rovinate durante la conquista dell’Isis, e noi ci impegnavamo a esporle con i pezzi recuperati e poi entro due mesi le avremmo restituite a Damasco con il restauro fatto dagli italiani, che come si sa sono abbastanza famosi per questo. E così è stato grazie anche al ministro Franceschini. Nessun Paese l’ha fatto in Ue».

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    26 luglio 2017

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