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    «La ricerca della semplicità»

    L’architetto Puia della Solaris spiega cosa vogliono ora gli armatori: «Persa un po’ di cultura marinaresca, la tendenza è quella di fare meno manovre»

     di Andrea Pierini

    Quello della vela è un mondo particolare, a tratti fin troppo conservatore e poi capace di costruire barche in grado di volare sull’acqua. Se la nuova sfida della coppa America, il massimo per le regate “giornaliere”, è di avere monoscafi che si sollevano, il futuro del diporto è la semplicità. Ne è convinto Alessandro Puia, architetto del cantiere Solaris, nato nel 1974 ad Aquileia e da sempre punto di riferimento per la costruzione di scafi a vela veloci e lussuosi.

    «Gli armatori di oggi – racconta con dovizia di particolari Puia – ricercano la semplicità. Una volta un 45 piedi aveva bisogno di 8/10 winch, oggi su un 65 piedi ne bastano 4. Stiamo vivendo un mondo nuovo in cui si semplificano le manovre, si è persa un po’ di cultura marinaresca, ma questo rende la coperta più pulita». Lo si vede anche dalla presenza dei carrelli per le vele di prua, il genoa sta lasciando il posto al fiocco magari autovirante «che ci consente di avere un solo binario ed un solo carrello».

    Dal corredo delle vele sta sparendo anche lo spinnaker «ormai ci sono il gennaker ed il code 0, due vele che consentono velocità più importanti al traverso. Anche le rande sono molto più grandi e tendenzialmente avvolgibili al boma».

    La bolina sta ormai passando di moda e questo ha portato anche a un nuovo disegno degli scafi. In questo caso il riferimento sono le barche del giro del mondo «è cambiata la posizione della “pancia” – spiega semplificando al massimo Puia – una volta le linee d’acqua erano più centrate, ora si arretra il più possibile il baglio massimo. Il tutto nasce dallo sviluppo delle barche da regata oceaniche dove le carene vengono studiate per volare in determinate condizioni di navigazione con vento al traverso».

    Dal giro del mondo alla barca per la crociera il passo è breve e tornando indietro nel tempo – al design anni ’80 – la memoria riporta scafi “panciuti” all’altezza delle crocette. Una moda ormai lontana come si vede anche dalle derive olimpiche che stanno mutando rapidamente, il 470 resiste, ma il futuro è il 49er ed i profili sono decisamente agli antipodi.

    La poppa più larga garantisce alcuni vantaggi «il primo è legato alla velocità, a parità di misure sono molto più performanti anche grazie ad una superficie velica più ampia. Il nuovo disegno – aggiunge l’architetto – consente di avere più spazio interno e abbiamo barche che si immergono molto meno e sono maggiormente plananti che dislocanti».

    A cambiare è stata anche una parte che si vede poco, ma che ha un ruolo fondamentale, ovvero l’opera viva. Dalla chiglia in ghisa o piombo ora si usa la lama di deriva con il bulbo, una sorte di T rovesciata, che «consente delle prestazioni migliori. Chiaramente poi – aggiunge Puia – dipende anche dai cantieri, quelli più “industriali” prediligono soluzioni meno performanti mentre chi vuole la velocità aumenta il peso del bulbo. Quest’ultima soluzione ha comunque degli svantaggi perché ha un pescaggio maggiore e, ad esempio, in caso di incaglio è più complessa da liberare».Per quanto concerne invece il futuro, al momento, l’ipotesi che i “foil”, che consentono ai coppa America di volare, trovino applicazione nel diporto sono lontanissime. «Li hanno provati in qualche scafo oceanico, sono soluzioni estreme».

    «Diciamo che non mi vedo il diportista che indossa il caschetto ed è in grado di gestire una velocità così alta che si genera in determinate condizioni» conclude l’architetto Alessandro Puia della Solaris. —

    12 ottobre 2018

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