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    Pd, tre segretari provinciali su 4 dicono no a Renzi

    L’assemblea regionale del movimento si annuncia infuocata. Udine, Trieste e Gorizia non condividono la lettera del segretario

    di Mattia Pertoldi

    UDINE. Gli scricchiolii post 4 dicembre si sono trasformati in scosse vere e proprie tali da mettere – probabilmente come mai in passato – in serio dubbio non soltanto il futuro del Pd, ma l’esistenza stessa del partito così come l’abbiamo conosciuto fino a questo momento anche in Fvg.

    Lo scontro tra rottamatori, per la verità in numero sempre minore anche all’interno dei confini regionali dopo le ultime mosse dell’ex premier, e anti-renziani è sempre più forte. I malumori sulla gestione nazionale del partito si riflettono anche in Friuli dove i principali sostenitori dell’ex sindaco di Firenze – Ettore Rosato, Debora Serracchiani e Antonella Grim su tutti – finiscono apertamente nel mirino delle (ex?) minoranze. L’ultimo strappo, tra l’altro, è recentissimo e porta i nomi di Massimiliano Pozzo, Marco Rossi e Adele Pino, rispettivamente segretari provinciali di Udine, Gorizia e Trieste.

    Di fronte alla richiesta di condividere la lettera siglata da 19 segretari regionali del Pd in cui si tacciava chi continua a minacciare la scissione di irresponsabilità, infatti, i tre – a differenza del collega di Pordenone – si sono rifiutati di controfirmarla. «Non ho sottoscritto la lettera perché parlava di unità – ha detto Pozzo –, ma aveva toni che si muovevano in direzione contraria citando il voto del referendum o il rispetto dello statuto. Non ci servono lettere, ma fatti concreti e capacità di mediazione.

    Il Pd ha bisogno di ritrovare un senso di comunità e, se vuole ancora essere un grande partito, valorizzare le anime al proprio interno, non semplificare tutto in un pensiero unico. In regione, poi, dobbiamo pensare a un progetto forte per il Fvg, in particolare su economia e lavoro, lavorando da subito per allargare il perimetro politico a mondi che sono vicini a noi e che stanno aspettando le nostre scelte e proposte».

    L’accettazione pedissequa della linea dei vertici, dunque, non pare più risiedere all’interno di un Pd dove ormai apertamente viene messo in discussione tutto. «C’è poco da negare – mormora un dem –: piaccia o non piaccia siamo in campagna elettorale e ognuno gioca la propria partita».

    D’altronde se i distinguo arrivano anche dai renziani della prima ora – leggasi Alessandro Maran – e non soltanto da chi, come Carlo Pegorer, Francesco Russo e Lodovico Sonego, ha da almeno un anno abbondante lanciato il proprio grido d’allarme, potremmo dire che nel Pd, mutuando un celebre aforisma di Ennio Flaiano, la situazione è grave, ma non seria.

    Nel tritacarne delle contestazioni, ormai, finisce di tutto. In primis la nouvelle vague del Governo inaugurata dal ministro dell’Interno Marco Minniti sui temi dell’immigrazione e fatta propria da Serracchiani, con il non voto di pezzi di Pd mercoledì in Consiglio alla mozione che ne ricalcava la lettera inviata al Viminale come dimostrazione empirica del teorema sul dissenso interno. Si discute poi del futuro della presidente cui ampie fette di partito che chiedono con sempre maggiore insistenza di sciogliere il nodo per potersi concentrare su una difficile, per quanto non ancora impossibile, riconferma alle Regionali.

    Senza dimenticare la corsa al voto inaugurata da Renzi che, con ogni probabilità, si abbatterebbe come un effetto domino sul Friuli, la legge elettorale per le Politiche, in relazione alla quale si giocano sopravvivenza o ambizioni personali di diversi esponenti dem, il baricentro delle future coalizioni, con l’eterna diatriba se sia meglio puntare al centro o restare ancorati alla “vecchia” sinistra, il destino della segreteria Grim e pure il futuro della legislatura regionale al netto che questa abbia a disposizione un anno intero o qualche mese.

    La sensazione, quindi, è che l’assemblea regionale in programma questa sera a Udine rappresenti una delle ultime occasioni per evitare anche in Fvg quella scissione – alimentata a Roma da Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani pur con sfumature tra loro diverse – che a parole nessuno vuole, ma a cui invece più di qualcuno, dietro le quinte, si sta preparando per non farsi trovare impreparato quasi fosse un destino diventato nei fatti ineluttabile.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    03 febbraio 2017

    http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine