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    Nel mare dell’intimità è raccontato l’Adriatico

    Domenica 17 aprirà a Trieste una rassegna di archeologia subacquea Tra le statue ci sarà anche il Navarca di Aquileia: in primavera tornerà in Friuli

    di Isabella Franco

    Nel Mediterraneo, «uno spazio breve che suggerisce l’infinito», quasi tutto ciò che oggi è alla base del mondo moderno è nato e ha preso corpo. Spunto per profonde riflessioni come interprete delle complessità del presente, è un mare intimo, come lo aveva definito il grande scrittore Predrag Matvejevic nel suo libro più celebre, Breviario mediterraneo per metterne in evidenza le caratteristiche, il ruolo e il destino. Il destino dell’Europa.

    È da questo felice accostamento di concetti che trae ispirazione “Nel mare dell’intimità. L’Archeologia subacquea racconta l’Adriatico”, titolo della mostra che apre al pubblico domenica 17 al Salone degli Incanti di Trieste. Curata da Rita Auriemma e organizzata dal Servizio di catalogazione, formazione e ricerca dell’Erpac – Ente regionale per il patrimonio culturale con il Comune di Trieste, la mostra è dedicata al “mare che unisce” e al ruolo millenario di culla delle civiltà che ha rivestito, attraverso l’esposizione di reperti e plastici di ciò che sta sotto questo mare, più popolato di navi di quante solchino le sue strade liquide.

    Un progetto culturale molto accurato, dove il minimo comune denominatore è l’archeologia subacquea, nel quale anche il Friuli ha una parte molto importante come scrigno di reperti preziosi.

    Tra le statue in mostra, ci sarà anche il Navarca di Aquileia, restaurata grazie a un accordo di collaborazione tra Erpac e il Polo museale del Friuli Venezia Giulia. Di prima età augustea, fu concepito come statua funeraria eretta per volontà di un ricco esponente della classe dirigente aquileiese.

    Sarà proprio il Navarca, una volta chiusa la mostra di Trieste, a diventare protagonista del nuovo allestimento del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, che aprirà i battenti a partire dalla prossima primavera. Un importante focus è dedicato in mostra anche ai porti e agli approdi. Le imbarcazioni che dall’Adriatico approdavano nell’antica Aquileia, emporio e capolinea delle rotte adriatiche, erano accolte da un vero e proprio sistema portuale, fatto di vie d’acqua, naturali e artificiali, attrezzate con tanto di magazzini e di banchine. Tra quelle artificiali, è ben inquadrato il Canale Anfora, una straordinaria opera di ingegneria idraulica, lunga oltre sei chilometri, costruita dai Romani poco dopo la fondazione della colonia a scopo di bonifica. Gli interventi di scavo hanno riportato alla luce una serie eccezionale di manufatti, per quantità e stato di conservazione, molti dei quali sono esposti in mostra. Una vera chicca sono i resti di una barca con tre tavole assemblate tramite cucitura, rinvenuti in località Ca’ Marignane: una tecnica arcaica, tipica delle navi funerarie egizie e greche arcaiche, sopravvissuta nell’alto Adriatico fino all’età romana come un fossile vivente.

    Lo spunto per una riflessione legata alla tutela e alla ricerca dei beni sommersi è offerto dalla riproduzione in mostra della sezione trasversale del relitto della Iulia Felix, esposto con parte del suo carico originale, che costituirà il primo nucleo espositivo del Museo Archeologico di Grado, uno spazio al quale si è cominciato a pensare dopo il ritrovamento del relitto della nave del III secolo d. C., al largo delle coste gradesi, e che sarà un punto di osservazione e uno spazio di lavoro sull’archeologia subacquea alto adriatica.

    La mostra di Trieste, insomma, è molto più che un’esposizione di reperti

    di archeologia subacquea: è piuttosto un progetto culturale che si pone anche il preciso obiettivo di riaccendere i riflettori su questa branca di studi spesso trascurati ma che possono illuminarci su cosa significhi, ancor oggi, coltivare la diversità.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    09 dicembre 2017

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