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    06/03/2014    
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    Nave ospitata in municipio Ora la Soprintendenza apre

    Il direttore del Polo museale Fvg Caburlotto valuta il trasferimento da Aquileia: «Una soluzione possibile, ma serve anche un percorso che valorizzi il reperto»

    di Tiziana Carpinelli

    C’aveva provato nel lontano 1998 Grado ad accaparrarsi il prezioso relitto di epoca romana miracolosamente riaffiorato al Lisert dai limi di palude, ventisei anni prima, durante lo scavo archeologico di Villa della Punta, sull’omonima isola del lacus Timavi. Ma subito era calato l’altolà. «La barca non si tocca! Si sgretolerebbe e non è il caso di rischiare». Così aveva decretato, sul finir del Millennio, Luisa Bertacchi, conservatore onorario del Museo archeologico nazionale di Aquileia, attuale custode del reperto. Che per essere ancor oggi visto dal pubblico ha subìto un certosino intervento conservativo, durato oltre sette anni.

    Anche il recupero vero e proprio non fu banale, visto che il sito in cui l’imbarcazione romana giaceva era sottoposto continuamente all’azione dell’acqua di falda, che puntualmente lo allagava. Si dovettero utilizzare pompe idrovore per sollevare, così come stava, la precaria struttura e garantirne poi il trasporto ad Aquileia, nel polo museale, in una particolare sezione dedicata alla portualità. Lo scrigno più adatto in cui riporre la rara testimonianza di un passato lontano anni luce dall’attualità. Grado rimase dunque a bocca asciutta, quasi vent’anni fa. E oggi Monfalcone? Il sindaco Anna Cisint ha espresso qualche giorno fa l’intenzione di far tornare a casa tutti i tesori ritrovati in varie campagne di ricerca sul territorio, dal recentissimo spadone rivenuto nelle fondamenta del municipio appunto al relitto di epoca romana scoperto nel giugno del 1972. Ma l’operazione sarà fattibile?

    Spiragli s’intravedono nelle parole di Luca Caburlotto, direttore del Polo museale Fvg: «Nel contesto dei lavori di ristrutturazione del museo di Aquileia, per il quale risultano stanziati oltre 5 milioni di euro, è possibile valutare anche uno spostamento dell’imbarcazione romana». «Operazione – sottolinea – da affrontare col sindaco di Monfalcone, in funzione però della rete museale che si andrà a costituire in Regione». Tradotto: se la città dei cantieri sarà capace di inserire un percorso idoneo di valorizzazione dei reperti (dentro il nuovo municipio), collegato anche al resto delle antichità presenti sul territorio, allora si potrà pensare a un rientro del relitto alla casa madre. Questa è la condicio sine qua non.

    E il Comune a quel punto dovrà rimboccarsi le maniche e studiare un progetto idoneo, con l’obiettivo di strappare il placet del direttore del Polo museale del Fvg. È infatti nei suoi compiti specifici, fissati dalla normativa, che si ponga quale trait d’union con le più piccole aree espositive, di valenza culturare, storica e archeologica, per creare poli diffusi sul territorio, collegati in un’unica rete, a regia soprintendentizia. Dunque, nell’annosa vicenda del natante romano, si evidenzia una nota positiva, visto che da Caburlotto non è giunto un niet, come forse ci si sarebbe aspettati ricordando il precedente gradese, bensì un’apertura.

    Un reperto interessante e di valore, quello “ripescato” dagli archeologi al Lisert, rappresentato dalla parte inferiore di una solida imbarcazione romana, la quale, evidentemente, era servita al cabotaggio tra l’isola e la terraferma, per facilitare gli spostamenti degli antenati.

    L’imbarcazione lignea, infatti, fu individuata nell’area nord della villa, vicinissima alle terme antiche di Monfalcone. Era a inizio estate e una pala meccanica intercettò alcune tavole di legno squadrate, con singolari incastri: l’eccezionale relitto di quasi undici metri, che la palude aveva occultato, proteggendola da una distruzione per macerazione del legno.

    In sette, tra i professionisti incaricati, si alternarono nell’intervento conservativo, operando senza lesinare fatiche e in condizioni proibitive. Alla fine, per fermare il deterioramento, si ritenne più corretto procedere a un’immersione prolungata in una speciale soluzione a base di glicole polietilenico, un polimero che avrebbe consentito la stabilizzazione delle fasce di antichissimo legno. Per ben sette anni si prolungò il trattamento dell’imbarcazione con acqua dolce, continuamente ricambiata. Ma alla fine il reperto tornò come “nuovo”, pronto a raccogliere su di sè lo sguardo dei visitatori.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    19 aprile 2017

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste