La storia del “triangolo rosso” nella Bassa friulana tra lotte operaie, feste e cortei

Nel dopoguerra Cervignano è diventata punto di riferimento per la Sinistra

di Paolo Medeossi

UDINE. Sulla strada tra Udine e Palmanova, a Santo Stefano, spunta su una casa una scritta sbiadita, ancora leggibile. Evoca l’enfasi mussoliniana con effetti ironici visto che si trova accanto a un semaforo e, quando è rosso, si sorride un po’ (inevitabilmente) nel leggere: «Chi si ferma è perduto».

Parole tornate di uso corrente nei messaggi di oggi perché sono state “sdoganate”, come si suol dire. Comunque, lungo quella strada si fa un viaggio nel tempo attraversando varie anime politiche del Friuli perché la meta può essere Cervignano con vicine Terzo, Aquileia, Fiumicello, ovvero il “triangolo rosso” di vecchia memoria.

Basta pensare che nel 1948, l’anno delle famose elezioni che portarono la Dc alla guida d’Italia, ad Aquileia si contavano 800 iscritti al partito comunista su 3 mila abitanti. E lo stesso accadeva nei paesi accanto. Altro che Stalingrado italiana!

Lo stesso in forme meno vistose avveniva nel capoluogo di quel territorio, inserito per quattro secoli nel cosiddetto Friuli asburgico, liberato dalle truppe italiane all’alba del 24 maggio 1915 quando fecero irruzione a Cervignano sparando e strepitando. I primi proiettili sono conficcati sulla parete di una casa vicino al ponte dove è stata messa una lapide a ricordo.

Dopo il fascismo e la guerra, Cervignano divenne un punto di riferimento per la sinistra friulana. Fu lì che, negli anni Cinquanta, il primo maggio riprese la ritualità delle feste campestri e allo stesso tempo accolse la simbologia socialista e comunista.

Nel 1953 l’appuntamento fu organizzato con la regia del pittore Giuseppe Zigaina, che filmò il corteo e la festa. Nel 2009, ricordando quel giorno, Zigaina escluse che nelle bandiere ci fosse l’emblema della falce e martello perché, disse, i braccianti erano «friulani, semplicemente friulani» ed erano mossi da «amore per la loro terra, il Friuli».

Il legame tra lotte agrarie e operaie fu così alle origini di quella che resta la nostra principale manifestazione sindacale. La prima edizione risale al 1946 visto che la precedente non aveva avuto una dimensione autonoma dai festeggiamenti per la Liberazione.

La gente vi convergeva da tutti i paesi della Bassa e il corteo puntava non solo a mostrare l’alleanza tra mezzadri, braccianti e operai, il che connotava la struttura del sindacato e della sinistra, ma anche a diventare un episodio – come ha scritto Gian Luigi Bettoli – «di quella formalizzazione laica, tipica di una tendenza secondo la quale il popolo crea continuamente i suoi riti, modificandone la forma e il contenuto.

Alla vigilia c’erano famiglie che facevano come a capodanno: festeggiavano tutta la notte e poi la mattina in piazza a Cervignano».

Sono fatti ed esempi per spiegare l’anima di quel territorio. Si dovrebbe ricordare ancora la Resistenza, che ebbe il giorno più tragico alla fine, il 27 aprile 1945, quando ci fu una rappresaglia che pochi rammentano fuori di lì. I nazisti in fuga trucidarono 24 italiani, tra civili e militari.

Il dopoguerra venne invece segnato dalle lotte dei braccianti, raccontate da Tito Maniacco nei “Senzastoria”, con scioperi e scontri con la polizia, tra arresti e processi. Una dura battaglia per realizzare un canale chiamato significativamente Libertà. E poi c’erano le lotte di chi andava a lavorare ai cantieri di Monfalcone o alla Saici di Torviscosa, acquisendovi una forte coscienza operaia.

Il “triangolo rosso” ha una storia specifica che rispunta sempre, come avviene adesso con una forte scelta antifascista. Storia che va conosciuta e rispettata. La si legge anche nelle poesie di Carmelo Contin, pubblicate da Kappa Vu. Una dice: «Libertà / non si può vederla / ma occorre tornare a cercarla per tenerla accesa».

05 ottobre 2018

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