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    Angela: «Racconto Aquileia, colonna dell’Impero»

    Sono cominciate ieri le riprese della puntata sulla città romana che andrà in onda a ottobre nel programma “Ulisse

    di Benedetta Moro

    Ospite frequente all’Aquileia Film Festival, Alberto Angela torna nell’antica città romana per renderla protagonista di una puntata del suo programma tv “Ulisse – Il piacere della scoperta”, che andrà in onda a ottobre. Dal porto fluviale al foro, tutti i luoghi dello storico sito saranno oggetto delle riprese, iniziate ieri a partire dal museo, viste le condizioni metereologiche avverse, per proseguire nei prossimi tre giorni all’esterno. Ieri sera invece il divulgatore scientifico ha presentato ad Aquileia il suo ultimo libro “San Pietro. Segreti e meraviglie in un racconto lungo duemila anni”.

    Come mai ha deciso ora di raccontare Aquileia?

    «Volevamo fare una puntata che riguardava l’Impero romano e siccome questa città è stata prima di tutto un avamposto e poi è diventata una specie di colonna che sorreggeva soprattutto l’impero rivolto a Oriente con le frontiere sul Danubio, è chiaro che era un luogo importante, di cui volevo da sempre parlare».

    Com’è collocata Aquileia nel panorama culturale italiano?

    «Esiste da secoli, è al centro di interessi umani nell’ambito del passato storico. E così, come in passato era un cardine dell’impero romano, ora lo è ancora per la cultura, perché un luogo come questo all’estero ce lo invidiano, oltretutto con la sua storia molto diversa da quella di Pompei a livello di recuperi e di riscoperte».

    Cosa l’affascina nella città?

    «Il museo, che è qualcosa di inaspettato. Ci sono tanti siti che possono essere più belli ma che non hanno musei così interessanti, c’è di tutto dentro: dall’elmo dei legionari, rarissimo, a pietre lavorate, oggetti di vita quotidiana, ambra, anelli e orecchini intatti. Aquileia ha lanciato la moda della tipologia degli orecchini romani. Quindi è un sito che continua a colpire per vari aspetti, sia per quello riguardante la vita quotidiana, che per la storia».

    È conosciuta abbastanza dai visitatori stranieri e dai nostri connazionali?

    «L’Italia ha tanti di quei luoghi che è impossibile vederli tutti. Il direttore degli Uffizi, a cui avevo chiesto come fa un visitatore a vedere tutto, consigliava di concentrarsi su certi capolavori. L’Italia è la stessa cosa, ognuno può scegliere dei propri itinerari, fatto che all’estero non accade, perché lì ci sono solo quei quattro siti importanti, vedi quelli affollati e basta. L’Italia ha questo grande vantaggio di unire tipologie di visita e musei o anche siti completamente diversi. È la storia identitaria del nostro Paese».

    A sei mesi dalla pubblicazione del suo ultimo libro, che riscontro ha avuto?

    «Molto buono, perché di solito quando si parla di San Pietro, si vedono dei volumi estremamente superficiali oppure dei tomi sul Barocco, su Bernini… Il libro è una via di mezzo, che consente di partire dall’anno zero e arrivare fino a oggi. Ci si rende conto così che San Pietro è un luogo che ha continuato a vivere nel corso dei secoli, un po’ come Aquileia, solo che quest’ultima a un certo punto ha smesso di esistere. San Pietro in ogni epoca ha fornito qualcosa dal punto di vista artistico, architettonico o altro: la cupola, il Giudizio universale, la Pietà di Michelangelo, tutto quello che hanno fatto Raffaello e Giotto… Io ho cercato di raccontare come questo luogo sia stato continuamente vivo e fecondo».

    03 giugno 2016

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