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    S.Martino di Terzo d’Aquileia

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    Ad Aquileia le tracce del vino che si beveva 3mila anni fa

    La scoperta retrodata di quasi dieci secoli il consumo in regione e contraddice l’idea che siano stati i Romani a portare il prodotto in zona: si risale indietro nel tempo

    di Diego D’Amelio

    L'area degli scavi: archeologi al...

    L’area degli scavi: archeologi al lavoro nel 2015 a Cà Beredi, nei pressi di Terzo di Aquileia

    TRIESTE. Sono più o meno tremila anni che in Friuli Venezia Giulia si brinda e si pasteggia a base di vino. Lo dice una recente scoperta archeologica messa a segno dall’Università di Udine, i cui scavi hanno avuto il merito di retrodatare di quasi un millennio il consumo in regione, aprendo nuove suggestive piste di ricerca.

    La tazza con i testi del vino giunta...

    La scoperta deriva dallo studio dei reperti del villaggio protostorico di Canale Anfora, nell’attuale circondario di Ca’ Baredi, presso Terzo di Aquileia. Dall’analisi di alcuni cocci si sono riscontrate tracce di vino risalenti al secondo millennio avanti Cristo: è il più remoto caso di consumo emerso in Fvg e uno dei più antichi riscontrati nell’Italia settentrionale. Gli archeologi dell’ateneo friulano lavorano da tempo nell’area di scavo di Canale Anfora, villaggio protostorico risalente all’età del bronzo, cioè a un periodo compreso fra 1.700 e 1.300 a.C. Ed è appunto nel corso di queste indagini che sono stati rinvenuti alcuni frammenti di ceramica, appartenenti a una tazza e a vari contenitori per il cibo, ritrovati ai margini di un focolare proveniente dal XIV-XIII secolo a.C. Il consumo di vino avveniva insomma attorno a una delle diverse strutture di questo tipo rinvenute a Ca’ Baredi e collocate in spazi precisi dell’abitato, allo scopo di permettere la cottura e la preparazione dei cibi. All’epoca tale pratica non era infatti questione privata, ma veniva svolta nell’ambito della comunità e in ambito comunitario potrebbe essere avvenuto il consumo della preziosa bevanda.

    Le analisi condotte sui campioni hanno consentito di riscontrare la presenza di residui di vino in ciò che rimaneva della tazza. Il risultato è stato ottenuto grazie a sofisticati esami chimici e cromatografici, condotti da Alessandra Pecci dell’Università di Barcellona, che ha riconosciuto il vino fra una serie di residui organici presenti nelle pareti dei contenitori usati per la preparazione, la cottura e il consumo di cibi e liquidi. La scoperta ha fatto sobbalzare dalla sedia Elisabetta Borgna, direttrice scientifica degli scavi di Ca’ Baredi e professore associato di Archeologia egea presso il dipartimento di Studi umanistici dell’ateneo friuliano, perché il ritrovamento estende al Fvg ciò che era emerso in precedenza in altre zone dell’Italia settentrionale. La docente spiega che «un tempo si riteneva che il vino fosse arrivato insieme alla pratica del banchetto nella fase dei contatti tra greci ed etruschi nei primi secoli del I millennio a.C., ma oggi sappiamo che furono verosimilmente i Micenei, nella seconda metà del II millennio a.C., a far conoscere la coltivazione della vite e dell’olivo alle comunità italiane dell’Italia meridionale, da dove le conoscenze si sarebbero diffuse verso il Nord».

    Nell’opinione condivisa dagli studiosi, il vino fu introdotto in Italia durante l’età del bronzo dalle genti provenienti dall’Egeo, ma a colpire la studiosa è che la datazione del ritrovamento in Fvg contraddice l’idea che siano stati i romani a portare il vino da queste parti circa mille anni dopo l’arrivo della bevanda in Italia. «La scoperta di Ca’ Baredi – sottolinea Borgna – rappresenta un tassello importantissimo nel quadro dei rapporti a lunga distanza tra regioni mediterranee e nord-adriatiche ben prima dell’arrivo dei romani nel II secolo a.C.».

    Resta tuttavia aperto l’ultimo interrogativo, e cioè se il vino consumato a Canale Anfora fosse prodotto localmente oppure giungesse lungo rotte commerciali. Dopo la nuova scoperta gli archeologi udinesi continueranno pertanto le indagini nell’area, cercando di chiarire se contatti fra genti mediterranee e siti costieri altoadriatici possano aver consentito l’importazione in Friuli di vitigni in grado di ingentilire le locali uve selvatiche. Come spiega la coordinatrice del progetto di scavo, Susi Corazza, «la vocazione di Aquileia romana alla produzione, commercializzazione e consumo di vino, tramandata dalle fonti antiche, potrebbe così trovare le sue radici proprio a Ca’ Baredi».

    La missione archeologica nel sito di Canale Anfora è condotta dall’Università di Udine in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Fvg. Le ricerche nella zona sono state effettuate fra 2013 e 2015, consentendo di acquisire numerose informazioni sull’antico insediamento ubicato sul limitare della laguna, presso un dosso formato dal sistema fluviale del Torre. L’area era sfruttata per l’agricoltura già nel corso dell’età del bronzo, come testimoniano le analisi dei resti di cereali e alberi da frutto, nonché molte tracce di grandi contenitori utilizzati per la conservazione degli alimenti.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    16 marzo 2017

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste