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    A Cervignano le donne di Altan: «Come fossero venti sorelle»

    Inaugurata la rassegna alla Stonegallery, visitabile fino a domenica 27. «Sono cresciuto in mezzo alle femmine»

    di Mario Brandolin

    CERVIGNANO. Sono venti le donnine di Altan in mostra fino al 27 di novembre alla Stonegallery di Cervignano del Friuli: «Venti “sorelle”», tira corto il loro autore che preferisce affidarsi ai suoi disegni, più che alla parole, usate sempre in “modica quantità” come scherza Mara la sua donna più importante e in carne e ossa.

    Perché queste donnine, nude e crude, sembrano stare lì, alla finestra, a vedersi passare il mondo davanti agli occhi e da lì puntualizzare, criticare, profetizzare, dire la loro, insomma, «come in un harem, dove alla fine comandano loro», ancora Altan.

    Filosofe di parole che colpiscono nel segno, «con quel sano pragmatismo tipico delle donne che deriva loro dalla loro natura e dalla loro storia: il loro, chiosa Altan, è un punto di vista che ci prende sempre e poi hanno più titoli per fare certe osservazioni».

    E sono nude, tante a mezzo busto, molte a corpo intero, ma tutte agghindate con turbanti, veli, copricapi dai mille colori in un trionfo di esotica solarità che smussa l’espressione perplessa, lo sguardo disarmante e la pensosità che tradisce però distacco sapienziale, come se secoli di ingiustizie patite le avessero fortificate, tanto ormai «hanno già visto tutto», dice Altan che del femminile ama il fascino e la determinazione («sono cresciuto in mezzo alle donne, ci fu un periodo che nella casa di Aquileia c’erano ben 19 donne e io solo maschio»).

    E possono perciò abbandonarsi all’autoironia mirando al cuore di un maschilismo becero e persistente: «mi dicono che noi donne siamo superiori in tutto: robustezza, affidabilità, tenuta di strada, viviamo in media 7 anni più degli uomini, libere e vecchie, wow», con la speranza «di trovarmi questa estate un marito, sono stufa di essere ingovernabile».

    Anche se c’è consapevolezza che «La tristezza è che quando finisce un’epoca, ne comincia subito un’altra», come sentenzia una; «Mi sono fatta leggere la mano: c’era scritto futuro attualmente non disponibile», le fa eco un’altra in un assioma (un twitter?) che la dice lunga sulla sbandierata uscita dal tunnel della crisi.

    Uno scetticismo che trova sponda, alla faccia di tanto giovanilistico ottimismo governativo, in un raggelante «prima o poi l’Italia si desta: sola, al buio e in un lago di sudore”, perché aggiunge con nonchalance una quarta: siamo un popolo amabile; un tizio si dichiara presidente del consiglio e tutti fingono di credergli».

    E ce n’è anche per gli euroscettici, cui una donnina tutta verde (verde acido non padano, però!) dedica un lapidario «basta: usciamo dall’Europa e andiamo alle Maldive».

    E che dire della buona scuola dove, ironizza una donnina molle e rubensiana «investiamo nella ricerca che con un po’ di culo qualcosa si trova» o della tanto famigerata pubblica amministrazione sintetizzata in «Gli uomini mi pagano per fargli compagnia; come lo Stato con gli statali?».

    Battute fulminanti, irrisorie e amare, che fotografano impietose e con stupefacente precisione una questione, perché, come spiega il loro creatore, «contrariamente a come facevo all’inizio, e cioè prima la figura e poi la battuta da abbinarle, oggi è più importante cosa dire e poi nella mia galleria di donne e facce scelgo a chi farlo dire».

    Ecco allora che, a proposito di tanta violenza sulle donne ancora oggi, il «sono privilegiata, sono ancora viva», trova la maschera, forse la sola dolente di una galleria che è inno alla libertà, di una donnina non più nuda, ma con un abitino scuro, capelli scarmigliati e sguardo accigliato.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    12 novembre 2016

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