19 settembre 2018

Sprofondo Pd, Udine ultimo atto di un lungo declino

Sconfitta dopo sconfitta i dem non hanno mai svolto una vera analisi al loro interno, né impresso un cambio di rotta sulle riforme e sulla giunta guidata da Serracchiani. In tre anni i dem hanno perso i quattro capoluoghi e la Regione. E a Roma si è passati dagli 11 onorevoli del 2013 ai tre del 2018

di Mattia Pertoldi

UDINE. C’è una vecchia massima, attribuita a Trotsky, che vale la pena tenere sempre a mente: «Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per la guerra, ma prima o poi la guerra si interesserà a te». Un concetto, applicato al Pd e al centrosinistra in generale, che in Fvg si potrebbe tradurre, più o meno liberamente, così: «Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per quello che pensa la gente, ma prima o poi questa si interesserà a te». Soprattutto alle urne.

La sconfitta, pur per appena 280 voti, patita a Udine, infatti, rappresenta cronologicamente soltanto l’atto finale del tracollo dei dem in Regione degli ultimi tre anni.

Una serie di sconfitte record, pazzesche, che hanno, di fatto, cancellato il centrosinistra dalla geografia politica e istituzionale che conta, tanto in Fvg quanto a Roma. Batoste affrontate, sempre, con una sorta di scrollata di spalle, senza mai imporre una seria analisi interna delle motivazioni profonde delle debacle, o almeno un cambio di rotta in piazza Unità, uno “stop” alle riforme risultate più indigeste – a torto o ragione – alla popolazione e che sono pesate, parecchio, anche alle amministrative.

Ebbro del risultato delle Europee del 2014 – e della vittoria di strettissima misura ottenuta alle Regionali 2013 contro Renzo Tondo che avrebbe dovuto consigliare maggiore cautela nel miscelare l’esigenza riformista con il manicheismo del Fvg –, il Pd è andato avanti, assieme agli alleati, con la stessa intensità di un tank che si muove in un villaggio agricolo. D’altronde all’orizzonte non si stagliavano Comunali di peso.

Poi, però, è arrivato il 2016. In primavera il centrosinistra si è schiantato a Pordenone – dove Alessandro Ciriani ha “scherzato” Daniela Giust strappando la città ai progressisti dopo 15 anni – e pure a Trieste con il ritorno di Roberto Dipiazza capace di conquistare per la terza volta nella sua vita il Municipio mandando in minoranza l’uscente Roberto Cosolini. L’unica resistenza di peso, in questa tornata, è stato l’eterno Antonio Di Bisceglie nella “rossa” San Vito al Tagliamento, mentre pure a Cordenons il centrosinistra, dopo il vantaggio del primo turno, ha chinato il capo in favore di Andrea Delle Vedove.

Risultato? Qualche generico «non abbiamo spiegato bene le riforme» – leggi su cui la destra ha insistito pesantemente – e «dobbiamo tornare tra la gente», ma poco altro. Così è arrivato l’autunno e il Pd è caduto ancora a terra, come le foglie ormai ingiallite dagli alberi.

Monfalcone è diventata leghista al ballottaggio dopo un imbarazzante 49,53% per Anna Maria Cisint al primo turno e a Codroipo Fabio Marchetti ha strappato una riconquista cui in ben pochi credevano. Segnali di vita dai vertici del partito? Zero. Debora Serracchiani è andata avanti diritta – nessuna retromarcia sulle Uti, niente stop a una riforma sanitaria che stentava a decollare e una difficilissima gestione dell’emergenza migratoria – blindando la giunta con il Pd che, in parallelo, ha continuato a essere guidato da Antonella Grim passata dal ruolo di assessore comunale a Trieste a quello di consigliera d’opposizione.

Anno nuovo, medesimo refrain, poi nel 2017. Rodolfo Ziberna ha, nei fatti, vinto al primo turno (49,85%) a Gorizia, il centrodestra si è preso pure Cormons e Fontanafredda, con la sinistra arroccata su Maniago, Cervignano, Azzano Decimo e, grazie all’operazione da Prima Repubblica targata Giorgio Baiutti – Tricesimo. Ma anche in questo caso si è scelto, espressamente, di “fare spallucce”.

Intanto Serracchiani annunciava di non ricandidarsi e di correre alle Politiche. È riuscita a entrare in Parlamento per il rotto della cuffia con i dem, però, che si sono ritrovati con due onorevoli e un senatore eletti in Fvg lasciando, quindi, sul campo la bellezza di otto parlamentari rispetto alla legislatura precedente.

Il resto è storia recente. Grim passa la mano (ma solo per candidarsi alle Regionali, senza fortuna) a Salvatore Spitaleri che tenta di tamponare come può una nave con troppe falle. Massimiliano Fedriga diventa governatore staccando di 31 punti Sergio Bolzonello e Pietro Fontanini beffa Vincenzo Martines. Due colpi che certificano come ora Fvg faccia rima con centrodestra – a chiare tinte leghiste – e lasciano al centrosinistra (e al Pd) un cumulo di macerie e un’irrilevanza politica, sancita dal maggioritario, da cui è davvero difficile ripartire.

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14 maggio 2018

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