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Rinviata la convention dem nazionale: tempi più lunghi per l’investitura romana. Ipotesi di un pressing locale. Il “Rosatellum bis” rimescola le carte per le Politiche

di Mattia Pertoldi

UDINE. Il piano per l’uscita di Debora Serracchiani, così come era stato concepito in casa Pd nelle ultime settimane, è tramontato prima ancora di essere messo in atto. Matteo Renzi, infatti, ha deciso di rinviare a data da destinarsi la convention nazionale del partito – assieme al suo tour in treno per l’Italia con l’ufficialità che verrà annunciata domenica alla chiusura della Festa dell’Unità di Imola – che avrebbe dovuto tenersi a Napoli dal 6 all’8 ottobre.

Un problema non da poco per il Pd del Fvg visto che complica, in una maniera tutt’altro che banale, la timeline che i dem avevano stabilito per ufficializzare la non ricandidatura di Serracchiani motivandola con una chiamata da Roma. Perché le lancette dell’orologio corrono, in vista delle Regionali, altre settimane di attesa rischiano sia di indebolire il candidato in pectore del Pd – Sergio Bolzonello – sia complicare maledettamente il percorso di tessitura di una coalizione elettorale che, stando alle attuali posizioni di Mdp, Sinistra Italiana e pure di una parte dei Cittadini, è di per sé già parecchio complessa.

I vertici del Pd, nel dettaglio, sanno bene come se non sono certamente in grado di proporre agli alleati – al netto di una chiamata delle primarie di coalizione – una discontinuità nei nomi, devono quantomeno gettare sul tavolo delle trattative un insieme di proposte d’apertura, rispetto a quanto realizzato dalla giunta regionale in questi cinque anni. Visto il clima che si respira a sinistra, infatti, sedersi con l’idea di presentare una sorta di pacchetto completo nel quale le riforme varate vengono giudicate – tutte – come ampiamente positive e se non funzionano a dovere (vedi le Uti) la colpa è degli avversari politici, significherebbe chiudere le porta in faccia a qualsiasi ipotesi di alleanza.

E tenendo in considerazione come, dopo le dichiarazioni di Carlo Pegorer e Bruno Malattia il patto elettorale nato nel 2013 possa dirsi defunto con la necessità di stringerne uno nuovo, la convention regionale del 30 settembre a Palmanova diventa doppiamente importante. Perché lì si comincerà a parlare del Fvg che immaginano i dem da qui al 2023, senza il timore di sottolineare come ad alcune riforme vada applicato qualcosa di più di una semplice tintura di iodio, e, soprattutto, si avvierà quella sorta di “piano B” per l’uscita di Serracchiani. Una strategia che dovrebbe portare il partito locale a chiedere alla presidente di occupare un altro ruolo, istituzionalmente più elevato, per aiutare il Pd del Fvg a completare l’opera avviata quasi cinque anni or sono.

È un’ipotesi di lavoro pensata per uscire dal cul-de-sac in cui si sono infilati i dem in questi mesi, anche se non è certamente detto che riesca nell’intento di evitare di trasmettere l’idea, in primis all’opinione pubblica regionale, che la presidente non voglia ripresentarsi per provare a conquistare una seconda legislatura. Allo stesso modo, inoltre, la possibile approvazione – ma visto come sono andate le cose con il modello tedesco è meglio essere prudenti – del “Rosatellum bis” per le Politiche potrebbe rimescolare accordi interni che sembravano cementificati.

Perché una cosa è tenere il patto a quattro – Ettore Rosato e Serracchiani capolista alla Camera con Franco Iacop candidato principe al Senato e Bolzonello a correre in Regione – con Italicum e Consultellum. Un’altra, pure per evidenti motivi di immagine, è quella che porta a una legge elettorale con il 36% dei collegi uninominali – quindi probabilmente quattro per la Camera e due per il Senato in Fvg – aperti alle coalizioni e il 64% di parlamentari eletti attraverso il proporzionale. Cioè in virtù di un meccanismo basato su listini bloccati – da due a quattro candidati al massimo – e, nei fatti, nominati dai singoli partiti.

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22 settembre 2017

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