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    Serracchiani e il rebus del passo indietro a Roma

    Dopo le elezioni comunali. Renzi nominerebbe vice unico Martina quale pontiere verso la minoranza. La scelta condivisa con la presidente che punta a concentrarsi sul Fvg

    di Mattia Pertoldi

    UDINE. La resa dei conti al Nazareno è fissata a venerdì – nel corso della direzione nazionale del Pd che il premier Matteo Renzi ha anticipato dopo la disfatta delle amministrative – e in questi giorni il presidente del Consiglio dovrà decidere come affrontare la crisi di consenso più intensa registrata dal momento in cui si è guadagnato la poltrona di segretario nazionale.

    Non si può fare finta di niente di fronte alla sberla ricevuta domenica e il premier sa bene che se vuole salvare il “renzismo” – con la data del referendum costituzionale che si avvicina pericolosamente – ha la necessità di ricompattare il fronte interno, lacerato in questi mesi da divisioni, distinguo e attacchi personali.

    La soluzione più logica, secondo lui, è quella di procedere a un rinnovamento vero, con la necessità di innestare una serie di facce nuove all’interno della cabina di regia dem.

    Una scelta che porta inevitabilmente – a meno che Renzi non decida semplicemente di rafforzare la segreteria politica – al sacrificio di una o più teste che, fino a questo momento, lo hanno accompagnato nella gestione del partito.

    La domanda che ci si pone in Fvg, quindi, è capire se il premier chiederà formalmente un passo indietro a Debora Serracchiani imputandole, più o meno direttamente, le sconfitte maturate in casa, a Trieste e Pordenone.

    Una possibilità che esiste, certamente, anche se poi il “problema” per Renzi sarebbe quello di scegliere il sostituto di uno dei due attuali vicesegretari.

    Le teorie che portano al presidente del Lazio Nicola Zingaretti e a quello della Toscana Enrico Rossi paiono, almeno sulla carta, un azzardo perché, in fin dei conti, si sostituirebbe semplicemente un governatore con un altro, peraltro di Regioni ben più complesse e grandi della nostra.

    Più senso avrebbe in caso, invece, la “promozione” – forse anche al ruolo di vicesegretario unico – del ministro Maurizio Martina, uno degli artefici della scelta di Beppe Sala a Milano.

    Il titolare del dicastero all’Agricoltura, infatti, non è di estrazione renziana e la sua nomina in segreteria si tramuterebbe in una sorta di mano tesa nei confronti della minoranza dem che, visto il clima che si respira nel Paese, diventa determinante in vista di quel referendum sul quale il premier si è giocato tutte le fiches a disposizione per la sopravvivenza del proprio esecutivo.

    Possibilità e ipotesi, però, su cui non ci sono ancora certezze. In primo luogo, infatti, non è detto che la “mannaia” di Renzi debba per forza di cose abbattersi su Serracchiani e non, ad esempio, sull’altro numero due Lorenzo Guerini o su qualche semplice componente della segreteria come Ernesto Carbone.

    Non va trascurato, poi, il fatto che in un panorama nazionale in cui il Pd è stato travolto a Roma, Napoli, Torino e ha comunque sofferto Stefano Parisi a Milano, scegliere di “scaricare” la presidente del Fvg potrebbe essere visto come niente di più che un capro espiatorio, peraltro dei più semplici e banali.

    Attribuendo tutte le colpe – o buona parte di esse – a Serracchiani e facendo finta che il trend contrario al Pd registrato in regione sia di tipologia diversa rispetto a quello che, su scala nazionale, ha premiato il M5s.

    La presidente, da parte sua, attende serena le decisioni di Renzi così come di capire quale margine di manovra ci possa essere per arrivare a una decisione che, di comune accordo, possa puntare a una sua eventuale rinuncia alla presenza in segreteria in nome dell’unità del partito e soprattutto assecondando la sua volontà di concentrarsi con maggiore intensità sul Fvg dove il centrodestra ha ripreso vigore e fra meno di due anni, particolare non trascurabile, sono in programma le elezioni regionali.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    22 giugno 2016

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