19 settembre 2018

Feste sottotono e congresso decisivo: l’estate di un Pd in cerca di se stesso

Anche gli incontri sul territorio confermano le difficoltà di un movimento che non riesce ancora a rialzare la testa

di Mattia Pertoldi

UDINE. Una volta, per la verità ormai tanto tempo fa, rappresentavano una sorta di tempio pagano del centrosinistra regionale. Molto più recentemente, più o meno fino allo scorso anno, un luogo di ritrovo in cui l’élite (turbo)renziana locale faceva quadrato attorno alle scelte prese in piazza Unità provando a convincere il proprio popolo della bontà dell’azione di governo. E spesso anche delle grandi riforme – quella costituzionale su tutte – sulle quasi si è schiantata, politicamente, la rottamazione del Giglio magico.

Erano le feste dell’Unità in Fvg, in altre parole. Terreno, pubblicizzato in lungo e in largo, di discussioni, dibattiti o semplici vis-à-vis a sinistra. Tutto, o quasi, cancellato. Perchè nell’estate dem 2018 anche queste sono finite nel tritacarne, o se preferite nell’anonimato più completo, di un partito che tanto a Roma quanto a Udine va a caccia di se stesso.

Prendiamo il Friuli. Ruda, Aquileia e Pradamano sono stati per decenni sinonimo di bagni di popolo e grandi confronti. Quest’anno, invece, quelle Feste sono trascorse senza che nessuno, o quasi, se ne sia accorto. Certo, la scoppola del 29 aprile, sommata a quella del 4 marzo, ha lasciato strascichi evidenti. A partire dalla disponibilità economica di un partito che si era già “dissanguato” nel promuovere, inutilmente, la battaglia per il Sì al referendum costituzionale.

Così Salvatore Spitaleri, subentrato in corso d’opera ad Antonella Grim per provare a tamponare i buchi di un movimento con le sembianze di un gruviera di Friburgo, si è trovato a dover fare di necessità virtù avviando una spending review intensa senza nemmeno vestire i panni di Carlo Cottarelli. Il discorso, d’altronde, è quantomai semplice. Aver perso per strada sette parlamentari e dieci consiglieri regionali – oltre all’intera giunta – rispetto al 2013 ha ridotto, pesantemente, le entrate garantite dagli eletti, così come gli slot di impiego da poter utilizzarsi, all’interno dell’esecutivo, quando si è maggioranza.

Il risultato quindi, tra collaboratori ritornati a carico del partito oppure non confermati, è stato il taglio di parecchie persone. E se in Consiglio, ha una sua logica, sono rimasti i fedelissimi, in primis quelli degli ex assessori, la situazione attuale è quella di un Pd che naviga a vista con pure l’impressione, evidente, che il ruolo di capogruppo di Sergio Bolzonello sia a titolo temporaneo. Perché il problema non è semplicemente legato al fatto di come l’ex vicepresidente sia più uomo di amministrazione che di fine strategia politica – e la tattica scelta il giorno dell’elezione di Piero Mauro Zanin a presidente del Consiglio è lì a evidenziarlo – mentre se siedi all’opposizione ti serve un barricadero vero.

No, perché va anche considerato come sia impossibile ritenere che il Pd possa ricominciare da chi ha voluto, scegliendo di metterci la faccia, caricarsi sulle spalle l’intera amministrazione di centrosinistra alle elezioni salvo essere sonoramente bocciato dagli elettori – anche molto al di là dei propri demeriti, sia chiaro – e venire doppiato nei consensi da Massimiliano Fedriga.

Serve qualcosa di diverso dall’anonima normalità, in altre parole, per evitare di continuare a inseguire il centrodestra a colpi di comunicati a difesa di quanto si è fatto in passato. Non perché non sia giusto, ma semplicemente perché ormai non serve a nulla. Di fronte, i dem, hanno 4 anni e mezzo di opposizione, non di governo. E sarà il caso che si attrezzino (e si adeguino) in breve. Guidati da chi? Sarebbe potuto toccare a Francesco Russo, ma l’ex senatore – una volta portata a casa la vicepresidenza del Consiglio – non pare avere alcun interesse a prendere in mano il gruppo. Lo stesso dicasi di Franco Iacop, cui è andata la presidenza del Comitato per la legislazione, il controllo e la valutazione.

E se Diego Moretti ha “già dato”, e Mariagrazia Santoro è alla sua prima esperienza da eletta, la barra potrebbe, davvero, puntare su Cristiano Shaurli. Specialmente se l’ex assessore si candiderà (la scadenza è il 15 ottobre) alla segreteria del partito, vincendo le primarie e trasformando in concretezza la teoria secondo la quale alla guida del partito deve andarci – per disponibilità di tempo e ruolo – un consigliere regionale. Un congresso, quello che si svolgerà a dicembre, che in casa dem in molti vedono come decisivo per le sorti del partito.

Shaurli, sempre che decida di correre, porterebbe il Pd decisamente a sinistra. Paolo Coppola – ex parlamentare renzianissimo molto attivo in queste settimane –, invece, sposterebbe l’asse al centro. Una variabile, mica da poco, questa, al netto delle impervie – o quantomeno ardite – teorie di chi sogna un partito federale e indipendente da Roma. Shaurli o Coppola, dunque. Ma se, alla fine, sbucasse un terzo nome? Non è un’opzione da scartare. Qualcuno ci sta già lavorando.

02 settembre 2018

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